Zygmunt Bauman: Facebook e le trappole dei social network

Zygmunt Bauman è stato uno psicologo polacco che ottenne fama e riconoscimenti grazie alla sua opera Modernità Liquida.

In essa denuncia il post modernismo affermando che ha portato con sè il crollo del "solido".

Non c'è solidità in niente.

Tutto è temporaneo, transitorio e mutevole.

La gioventù di Zygmunt Bauman non è stata priva di difficoltà.

Dovette fuggire dal suo paese, in quanto perseguitato dal regime nazista.

Riuscì, infine, a stabilirsi in Israele e dagli anni '70 iniziò a sorprendere il mondo con le sue tesi.

Questo gli fruttò numerosi premi di grande rilevanza.

 

Zygmunt Bauman analizzò il mondo contemporaneo in modo nudo e crudo.

Uno degli argomenti che ha occupato le sue riflessioni più recenti è quello relativo a internet e i social network.

Non vedeva grandi virtù in essi.

Piuttosto li definiva come trappole contemporanee, in cui le persone cadono essendone persino felici.

Una delle frasi di Zygmunt Bauman attira fortemente la mia attenzione.

Dice quanto segue: "Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha guadagnato 50.000.000.000 di dollari con la sua società concentrandosi sulla nostra paura della solitudine, questo è Facebook".

In realtà non si riferisce solo a Facebook, ma a tutti i social network.

Il sociologo sottolinea che il grande merito di Mark Zuckerberg è stato capire fino a che punto arriva il desiderio umano di non stare da soli.

In un social network apparentemente la solitudine non esiste.

24 ore al giorno e 7 giorni alla settimana "lì" c'è qualcuno disposto a leggere qualsiasi nostra preoccupazione e a rafforzare il fatto che la condividiamo, per darci un solitario "Mi piace".

Le persone sembrano disposte a partecipare a conversazioni totalmente irrilevanti.

Tutto per rimanere "connesse".

I giorni non trascorrono più in compagnia di persone.

Nella vita quotidiana il compagno è un computer o uno smartphone.

Il lavoro di questo sociologo parla delle nuove dipendenze tecnologiche che per lui sono forze devastanti, a cui quasi nessuno può resistere.

Hanno un impressionante potere di congregazione.

Mai prima nella storia si era verificata una cosa del genere.

Eppure Zygmunt Bauman pensa che non si sia mai vista prima d'ora così tanta comunicazione che non porta al dialogo, infruttuosa.

Zygmunt Bauman dice che su Facebook e altri social media simili le persone fanno una specie di eco.

Ascoltano solo quello che vogliono ascoltare.

Parlano solo con chi la pensano al loro stesso modo.

I social network, quindi, sono come un'immensa casa di specchi.

Favoriscono l'incontro, ma non il dialogo.

Stabilire o eliminare un contatto all'interno di un social network è estremamente semplice.

Nella vita reale non lo è così tanto.

Dobbiamo metterci la faccia per ciascuna delle nostre azioni.

Su internet no.

Avviene uno scambio di messaggi, ma nessun dialogo.

Differenze, ma non un dialogo costruttivo.

In ogni caso si crea l'illusione di essere connessi con gli altri.

I social network invitano a esporsi per mostrare e dimostrare chi si è.

Certo, scegliamo di mostrare solo il lato più presentabile.

Formiamo piccole comunità che gestiamo a nostro piacimento.

Siamo piccoli dittatori nel regno del nostro account.

Decidiamo chi è dentro e chi è fuori.

Le assenze e le presenze non finiscono per interessarci completamente.

L'Io occupa un posto decisivo nei social network.

Senza rendercene conto, diventiamo dipendenti da quella esposizione pubblica nei social network.

Vogliamo essere identificati e riconosciuti in un certo modo, e possiamo anche sentirci frustrati se non ci riusciamo.

Zygmunt Bauman vede nei social network una trappola per l'essere umano.

Pensa che questi spazi abbiano un impatto decisivo su quella che lui chiama "la cultura liquida".

In essa primeggiano i legami umani precari.

Amori senza volto e senza impegno.

Ondate di sentimenti e idee che oggi ci sono e domani scompaiono.

Persone intrattenute mentre il potere, politico ed economico, le controlla sempre di più e meglio.

Per Zygmunt Bauman, la prospettiva non è incoraggiante.

Con così tante informazioni in circolazione, stiamo diventando persone disinformate.

Non sappiamo mai a cosa credere.

Così tanta comunicazione ci reclude in un monologo.

C'è così tanta globalizzazione che l'individualismo è diventato sempre più aggressivo.

Apparentemente una simile libertà ci ha resi più docili che mai alle imposizioni di coloro che decidono il nostro modo di vivere.

 

04/04/2019

 

Silvia Onorati

Counselor in Psicobiologico e Life Coach