Costruzione, gestione e rottura dei legami

Si deve allo psicanalista John Bowlby l'elaborazione di una delle teorie più affascinanti ed esplicative del comportamento umano che la psicologia ci abbia fornito.

 

Essa si basa su precise osservazioni cliniche, sulla base di una dichiarata enorme influenza della teoria dell'evoluzione darwiniana.

E' innegabile che le caratteristiche strettamente biologiche dei mammiferi hanno avuto un ruolo centrale nel costruire il comportamento e la stessa struttura neuropsicologica dell'uomo.

 

Il fatto che la plasticità del nostro cervello costruisca dinamicamente sempre nuovi circuiti, rinforzandone alcuni e dismettendone altri, significa che la rete neurale di base, sulla quale si innestano tutte le successive connessioni, resta quella che si costruisce nel rapporto con la madre a partire dai primi istanti e fino ai primi mesi di vita.

 

Studiando migliaia di coppie genitore-bambino attraverso metodi di indagine quali la Strange situation e la Adult Attachment Interview, è stato possibile non solo tipizzare gli stili di attaccamento che si producono nel corso del primo di vita, ma anche dimostrare che sono correlabili agli atteggiamenti del genitore verso le richieste di attaccamento del bambino assai più che a variabili genetiche di temperamento o costituzionali.

 

Resta l'influenza dell'ambiente sociale e culturale, che come J. Kagan ha osservato con spietata chiarezza, svolge una funzione di condizionamento molto più importante di quello che pensiamo.

Secondo i moltissimi autori che si sono occupati dell'argomento, gli stili di attaccamento rilevabili nei primi anni di vita sembrano dotati delle seguenti caratteristiche:

  1. Tendono a mantenersi stabili nel corso dello sviluppo, fino all'età adulta, anche se possono essere modificati da esperienze interpersonali adeguate lungo tutto l'arco di vita.
  2. Sono specifici per ogni relazioni in cui il bambino è impegnato, visto che si sviluppano in riferimento agli atteggiamenti di chi fornisce cure e accudimento.
  3. Nel corso dello sviluppo tendono gradualmente a tradursi in strutture cognitive prima implicite e poi esplicite, cioè in memorie e aspettative (i cosìddetti "modelli operativi interni") e in più complessi stati mentali (sistemi di credenze) riguardanti le esperienze di attaccamento.

I modelli operativi interni e gli stati mentali relativi all'attaccamento influenzano potentemente la capacità di regolare le emozioni tipiche dell'attaccamento.

E' possibile iniziare ad indagare come lo sviluppo favorevole o deficitario della capacità di regolare le emozioni, in funzione dei modelli operativi interni e degli stati mentali, si rifletta nell'organizzazione cerebrale (in particolare della corteccia orbito-frontale destra).

 

Il bambino con un attaccamento sicuro grazie all'interazione con l'adulto ha conquistato uno stato mentale libero rispetto all'attaccamento, vedendo rispecchiate positivamente le proprie emozioni di paura, collera, gioia o curiosità esplorativa.

 

E' probabile che i neuroni mirror giochino un ruolo importante nel mediare questo rispecchiamento.

Ne consegue la costruzione di strutture mnestiche e di aspettativa inizialmente implicite e poi esplicite all'interno delle quali, via via, altre figure interverranno nel modificare l'organizzazione mentale del bambino.

 

I bambini con attaccamento insicuro, e in particolare quelli con attaccamento disorganizzato, sono esposti a tipi diversi di difficoltà nella gestione delle emozioni.

Nell'attaccamento evitante, le emozioni di attaccamento sono ricategorizzate cognitivamente come fonte di inutili fastidi per gli altri e come indicatori di inadeguatezza personale.

Nell'attaccamento ambivalente l'efficacia dell'emozione di attaccamento nel determinare precise e coerenti risposte nell'altro è continuamente posta in dubbio.

Nell'attaccamento disorganizzato le emozioni sono oggetto di processi di invalidazione particolarmente gravi, molteplici, paradossali e drammatici.

Nell'attaccamento disorganizzato le emozioni son oricategorizzate secondo sistemi di credenze molteplici, reciprocamente incompatibili e drammatiche che corrispondono alla descrizione psicoanalitica della scissione o alla descrizione psicopatologica della dissociazione.

 

I modelli operativi interni dell'attaccamento esercitano un ruolo cruciale nella genesi del sistema mentale di autoregolazione delle emozioni.

Una conseguenza immediata di questo modo di pensare alla regolazione delle emozioni è che di fronte ad un qualsiasi atteggiamento di gestione emozionale, il counselor in Psicologia della Salute non va alla ricerca del tipo di conflitto intrapsichico o di pericolo ambientale che potrebbe averlo generato, né al probabile deficit delle funzioni mentali che, a partire dalle esperienze di attaccamento, regolano e modulano le esperienze di disagio emozionale.

 

La prospettiva psicobiologica sulla base della quale stiamo conducendo la nostra analisi dei rapporti fra emozione-cognizione e la teoria dell'attaccamento, implica la necessità per il counselor di inquadrare il tipo di modello cui il cliente fa riferimento all'interno di una interpretazione della relazione affettiva riconducibile a schemi strettamente biologici.

 

Una volta riconosciuta la necessità, per il cliente, come per tutti noi, di beneficiare della sicurezza e delle protezione fornitaci dalle figure di attaccamento, risulta più facile leggere l'insieme degli atteggiamenti e dei comportamenti alla luce del condizionamento dei primi mesi di vita.

Per esempio, i modelli operativi interni dell'attaccamento insicuro da un lato non facilitano né l'autoconforto né la ricerca di conforto da altri; dall'altro però creano le basi per diversi tipi di atteggiamento negativo rispetto alle proprie emozioni di richiesta di aiuto.

 

Comprenderle, aiutare il cliente a inquadrarle in un percorso di vita condizionato da esse, è un compito difficile, perché trova spesso l'ostacolo culturale del rifiuto di condizionamenti che non vengano dall'influenza genetica o di particolari circostanze ambientali.

 

La nostra cultura occidentale è invece permeata dalla perniciosa idea dell'esistenza di un libero arbitrio in forza del quale nulla può imporre il proprio condizionamento sulla nostra capacità di scegliere tra il bene e il male.

 

La psicobiologia del comportamento ritiene invece che ogni aspetto della nostra vita sia riconducibile all'elaborazione di stimoli ambientali attraverso le risorse che ognuno di noi ha a disposizione, indipendentemente dalla sua capacità e possibilità di scelta.

 

In altri termini, le nostre scelte, il modo unico che ognuno di noi ha sviluppato di interpretare la realtà e di condurre la propria vita non è mai il frutto di scelte individuali, ma il risultato di un insieme di infinite variabili.

 

Purtroppo, il paradigma tutt'ora dominante in tema di scelte morali continua a concepire ogni nostra azione in termini di bene o di male, di peccato o di merito.

Così facendo, tra l'altro, si limita la ricerca relativa ai fattori che possono influire sulle nostre scelte, perché, per motivi ideologici e religiosi, si preferisce inserire tutte le variabili che non conosciamo all'interno della categoria di quelle disponibili alla nostra libera scelta.

 

Così facendo, si semplifica enormemente l'analisi della realtà dell'uomo, attribuendogli responsabilità che non ha perché non le può avere, e ottenendo il risultato di poter dividere l'umanità tra buoni e cattivi, in modo da dedicare attenzioni e risorse ai buoni, anziché a coloro che hanno sbagliato, e per questo solo fatto meriterebbero tutto il nostro aiuto, e non certo di essere bollati come "rei", "peccatori" o "colpevoli".

 

Silvia Onorati

Scuola Superiore di Counseling in Psicologia della Salute

 

05/03/2019